Personal Care: i brand del comparto hanno un impatto rilevante sulla vita degli italiani

Emerge dalla ricerca Post-Invasion 2024/2025, realizzata da Omnicom PR Group: il settore Personal Care suscita un alto livello di interesse e coinvolgimento personale tra la popolazione, anche italiana. 
Per 7 consumatori italiani su 10, infatti, le decisioni delle aziende del settore Personal Care hanno un impatto importante sulla vita (73,7%). A livello globale, la quota sale al 74,9%.

Le aree su cui le aspettative sono più alte, ma insoddisfatte, sono maggiore impegno nel fare la cosa giusta e offrire prodotti e servizi a maggior valore, che includono certificazioni di qualità, tracciamento della filiera e trasparenza della produzione, oltre a prendersi cura dei clienti.

Il ruolo della comunicazione aziendale

“Il Settore Personal Care gioca un ruolo sempre più centrale nella vita delle persone – commenta Daniela Spiezio, Vice President e Lead della Industry –. Dalla nostra ricerca Post-Invasion, emerge chiaramente che per i consumatori i fattori più rilevanti sono tre e riguardano tutti il modo di agire di un brand/azienda su specifiche tematiche: la cura per le persone, siano dipendenti o clienti, l’attenzione per l’ambiente insieme alla condivisione di purpose, valori e impegno per il futuro. Un ruolo importante lo gioca anche il modo attraverso il quale le aziende comunicano il loro impegno, che deve essere guidato da strategie dedicate e da obiettivi chiari”.

I dati emersi evidenziano soddisfazione, ma è importante che i comportamenti delle aziende siano sempre concreti, trasparenti e autentici.

Consumatori esperti più consapevoli e soddisfatti

Rispetto alla popolazione generale i consumatori esperti ricercano spesso maggiori informazioni: l’80% dichiara infatti di informarsi su un’azienda prima di sceglierla. C’è quindi più chiarezza e una maggiore volontà a condividere la propria opinione su prodotti e servizi (66%).

La consapevolezza che ne deriva permette di dimostrare un’aumentata soddisfazione per l’impegno dei brand nel loro agire e il prendendosi cura dei dipendenti.
Pari riconoscimento viene anche dato al modo in cui le aziende comunicano, alla qualità dei contenuti che utilizzano per veicolare il loro purpose (che non deve essere solo business oriented), la cui importanza per le preferenze e le scelte d’acquisto è molto elevata.

L’approccio green è considerato un requisito inevitabile

“Un punto in comune tra i tra i due campioni intervistati è proprio l’aspettativa verso le aziende di questo settore di apportare un profondo miglioramento nell’impatto sull’ambiente – aggiunge Spiezio –: un approccio ‘natural’ e ‘green’ è un requisito considerato inevitabile e necessario, non più solo tra i desiderata”.

Questo aspetto si manifesta attraverso la sensibilità dimostrata verso  le tematiche ESG secondo gli standard ESRS, con percentuali che superano il 65% in nove dei dieci standard presi in esame. In particolare, i tre standard maggiormente rilevanti sono lotta all’inquinamento (72,3%), cambiamenti climatici (70,4%) e rispetto di consumatori e clienti (68,8%).

Roma tra le capitali mondiali del “workcation”

Lavorare e viaggiare è un binomio sempre più diffuso, tanto che il confine tra vita privata e vita professionale diventa sempre più labile. Nasce così il “workcation”, la tendenza che spinge professionisti e nomadi digitali a prolungare le vacanze grazie al lavoro da remoto. Il terzo Barometro “Work from Anywhere”, realizzato da International Workplace Group (IWG), leader mondiale negli spazi di lavoro flessibili, fotografa le città più attrattive per questo stile di vita.

La classifica prende in esame 40 destinazioni internazionali, valutate su dodici criteri: dalla connessione internet alla qualità della vita, dal clima alla gastronomia, fino alla disponibilità di spazi di coworking. Quest’anno si sono aggiunti anche elementi come i costi dei visti per nomadi digitali e la vicinanza a mare, montagna o parchi naturali.

Il fascino senza tempo della Capitale

Nell’edizione 2025 del Barometro, Roma conquista l’ottavo posto. La capitale italiana si distingue per il patrimonio culturale unico al mondo, l’offerta enogastronomica e la nuova normativa che agevola l’arrivo dei lavoratori da remoto.

Elementi che la rendono una delle mete più attraenti per chi desidera unire laptop e valigia.

Tokyo, Rio e Budapest sul podio

In cima alla classifica troviamo Tokyo, che primeggia grazie a connessioni ultraveloci, infrastrutture moderne, sicurezza e al visto per nomadi digitali introdotto nel 2024, valido fino a un anno.

Rio de Janeiro segue al secondo posto, grazie alla rete 5G, al numero crescente di coworking e a un costo della vita conveniente, il tutto arricchito dal fascino di spiagge come Ipanema e Copacabana. Terza Budapest, che unisce alloggi accessibili, ottimi collegamenti e un ricco panorama culturale.

Le altre città in Top Ten

Appena sotto il podio si colloca Seoul, che brilla per i trasporti efficienti e la rapidità della connessione. Barcellona, Pechino e Lisbona occupano rispettivamente la quinta, sesta e settima posizione, seguite da Roma.

Chiudono la lista Parigi, nona, apprezzata per vitalità culturale e coworking diffusi nonostante i costi elevati, e La Valletta, decima, con il suo clima mediterraneo e il fascino storico.

Quali sono le mete emergenti?

Accanto alle città consolidate emergono nuove destinazioni come Città del Capo, Praga, Melbourne e Reykjavik. Luoghi che uniscono infrastrutture moderne, costi contenuti e paesaggi naturali di grande impatto, sempre più ambiti dai lavoratori ibridi.

Un fenomeno in piena espansione

Secondo IWG, l’84% dei lavoratori ibridi ha già esteso o prenderebbe in considerazione di estendere una vacanza per lavorare da remoto. Una scelta che migliora il benessere personale, riduce il rischio di stress e aumenta la produttività: uno studio condotto con Arup stima un +11% nei prossimi cinque anni per le aziende che favoriscono questa modalità.

Il futuro del lavoro passa dunque anche dai luoghi in cui scegliamo di viverlo. E Roma, ancora una volta, sa come farsi amare.

Lavoro, arriva un nuovo strumento per “leggere” il mismatch italiano 

E’ un dato di fatto. nel nostro Paese esiste una concreata difficoltà nel far incontrare domanda e offerta di lavoro. Si tratta del cosiddetto mismatch, che ormai da anni caratterizza il mercato del lavoro di casa nostra. Che fare quindi? Quali strumenti mettere in atto? Ora un primo passo è stato fatto: con la pubblicazione del primo report congiunto sul disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, prende il via la collaborazione strategica tra CNEL e Unioncamere. L’obiettivo è fornire un quadro chiaro delle tendenze occupazionali in Italia, offrendo dati aggiornati e analisi capaci di orientare politiche pubbliche e scelte formative.

Il documento, basato sui dati Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, si articola in due sezioni: una dedicata alla previsione a breve termine (primo semestre 2025), l’altra con uno sguardo al medio periodo (2025–2029), includendo anche agricoltura e pubblica amministrazione.

Le PMI guidano le dinamiche occupazionali del 2025 

Nel primo semestre 2025, sono le micro e piccole imprese a trainare il mercato del lavoro, soprattutto nei comparti dei servizi. Il turismo, la ristorazione e il commercio mostrano un deciso incremento delle assunzioni. In controtendenza, calano le previsioni nei settori innovativi come l’ICT (-13,4%) e i servizi avanzati alle imprese (-8,8%).

Complessivamente, il settore terziario assorbirà oltre il 72% dei contratti previsti (2,94 milioni). Le difficoltà di reperimento delle figure professionali, però, restano elevate: il 48% delle posizioni è difficile da coprire, con punte oltre il 59% nella meccanica e nell’elettronica.

Mancano soprattutto i profili tecnici e specializzati

Una delle concrete cause del mismatch è rappresentata dalla carenza di competenze specialistiche. Le imprese cercano profili tecnici e scientifici, ma la domanda si concentra sempre più su figure a bassa e media qualificazione.

Il problema del mismatch – il divario tra profili richiesti e disponibili – è particolarmente grave in ambiti ad alta intensità tecnologica. Che poi sono quelli a maggiore crescita.

Le prospettive per il prossimo quinquennio 

Nel quinquennio 2025–2029, si stima un fabbisogno tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori. Oltre il 74% delle nuove assunzioni riguarderà i servizi, con un picco nei servizi alla persona (fino a 826mila posti). Solo il 3% delle opportunità sarà nell’ICT.

Per affrontare il disallineamento, il presidente del CNEL Renato Brunetta sottolinea la necessità di “investire in istruzione e competenze scientifiche”. Andrea Prete, presidente di Unioncamere, invita a “rafforzare l’orientamento scolastico e tecnico”. Anche la consigliera CNEL Marcella Mallen richiama l’attenzione sull’urgenza di politiche mirate e investimenti nel capitale umano.

Internet: come navigare in modo sicuro in vacanza?

Partire per le vacanze significa avere le idee chiare anche su come connettersi a  Internet. La connessione alla rete è diventata ormai indispensabile, ma prestazioni di qualità e sicurezza sono i due requisiti da assicurarsi. La differenza la fa la scelta consapevole della tecnologia giusta.
Come scegliere tra reti mobili e fisse, router portatili e Wi-Fi pubblico? Keenetic ha stilato un vademecum per assicurarsi la connessione in vacanza e scegliere il dispositivo giusto per ogni esigenza.

Ad esempio, se i Router FWA 4G/5G fissi sono ideali per case vacanze o camper stazionati, i Router portatili, detti “saponette”, sono perfetti per viaggi itineranti. Funzionano a batteria e collegano fino a 30 dispositivi. Pur non lavorando con un sistema operativo come altre tipologie di dispositivi, offrono comunque maggiore copertura Wi-Fi rispetto all’hotspot del telefono.

4G+, l’alleato della connettività in viaggio

Nonostante la diffusione del 5G, il 4G+ oggi è la rete più stabile, capillare e affidabile, specialmente in zone rurali, marine o montane, dove il 5G è spesso debole o assente. Anche il rapporto prestazioni/prezzo è generalmente più favorevole. In molte situazioni, un router 4G+ performante può offrire risultati superiori rispetto a un 5G instabile.

Un sistema operativo proprietario garantisce più controllo e sicurezza. Scegliere dispositivi dotati di sistemi operativi proprietari significa portarsi dietro una rete “intelligente”, stabile e personalizzabile anche in vacanza. Questo tipo di soluzioni offre connessioni stabili, failover automatico tra reti mobili e fisse senza interruzioni, supporto nativo a vari protocolli VPN per accessi remoti sicuri e controllo parentale avanzato senza dover configurare ogni singolo dispositivo.

Hotspot: pratico ma con diversi limiti

Semplice da attivare, ma con diversi vincoli importanti da considerare, con l’hotspot da smartphone si possono collegare massimo 5 dispositivi contemporaneamente su iPhone e fino a 8-10 su Android. Numeri molto inferiori rispetto a qualunque router. Inoltre, alcuni operatori limitano la velocità o il traffico dati in questa modalità. E il consumo energetico è elevato: un’ora di hotspot può ridurre del 30% la batteria del telefono.

In ogni caso, che si tratti di una connessione Wi-Fi in hotel o di una rete mobile condivisa, utilizzare una VPN (Virtual Private Network) protegge la privacy criptando i dati in transito. È la prima barriera contro intercettazioni e accessi non autorizzati, da installare prima di partire su smartphone, tablet e PC.

Wi-Fi pubblico? Meglio se verificato (e mai per operazioni delicate)

Le reti pubbliche sono spesso insicure. Chiedere sempre conferma del nome della rete alla struttura, evitare login automatici e non usare il Wi-Fi aperto per attività sensibili, come home banking o acquisti online.
Inoltre, riporta Askanews, effettuare un backup completo dei dati prima di partire può mettere al riparo da sgradite sorprese.

In questo senso i router di ultima generazione danno la possibilità di avere un “cloud personale” da poter sfruttare con una chiavetta USB o un disco esterno da collegare al dispositivo, in modo da sfruttare uno spazio assolutamente sicuro.

Estate e vacanze: 8,4 milioni di italiani resteranno a casa nel 2025

Gli italiani che quest’anno partiranno per le vacanze estive spenderanno in media 918 euro a testa, considerando solo i costi dell’alloggio e quelli di trasporto. 
Ma sono almeno 8,4 milioni gli italiani che quest’estate rinunceranno alle vacanze e, tra loro, il 69% resterà a casa per ragioni di natura economica.

È un dato che si spiega facilmente, considerando che come emerge dall’indagine commissionata da Facile.it a EMG Different, una famiglia composta da 3 persone, al netto del cibo e di tutte le altre spese legate alla trasferta, dovrà mettere a budget almeno 2.700 euro.

Le ragioni per cui non si parte

Guardando alle fasce anagrafiche a rinunciare alle ferie saranno in particolare coloro di età compresa tra 65 e 74 anni, fascia nella quale la percentuale di chi resterà a casa, a fronte di una media nazionale pari al 19%, arriva al 23%. A re a livello territoriale invece quest’anno rinunceranno in misura maggiore i residenti nel Nord Ovest (23%).

In ogni caso, quest’anno circa 6 milioni di italiani non partiranno per motivi economici. Tra questi il 48% ha ammesso di non essere riuscito a risparmiare a sufficienza a causa dell’aumento generale del costo della vita, mentre il 20% rinuncerà poiché i prezzi di viaggi e vacanze sono diventati ormai insostenibili. Per circa 1,5 milioni di italiani, invece, è sopraggiunto un imprevisto economico, spesso legato al lavoro.

C’è anche chi pur di andare in ferie fa ricorso a un prestito personale

Ma si rinuncia alle vacanze estive anche per altre ragioni. Il 16% di chi non partirà, ad esempio, ha dichiarato che farà le ferie in un altro periodo dell’anno, mentre il 10% resterà a casa per accudire un animale domestico, e circa 380 mila italiani per stare vicino a un familiare anziano.

Tanti, però, per non rinunciare, hanno fatto ricorso a un prestito personale, e secondo le stime di Facile.it e Prestiti.it, nei primi 5 mesi del 2025 sono stati erogati 220 milioni di euro per pagare viaggi e vacanze.
Chi si è rivolto a una società di credito per questa ragione ha chiesto, in media, poco più di 5.500 euro da restituire in 4 anni.

Il credito al consumo oggi è una forma di programmazione economica

“Pianificare per tempo le vacanze ricorrendo se necessario anche a un finanziamento è un modo corretto di gestire il proprio budget familiare senza doversi trovare in difficoltà per l’arrivo di spese impreviste, e al contempo, senza essere costretti a rinunciare alle meritate vacanze – spiegano gli esperti di Facile.it -.
Negli ultimi anni gli italiani hanno sviluppato un rapporto molto più maturo verso il credito al consumo, ormai visto come una forma di programmazione economica e non come un pericolo. Importante, però, è servirsi sempre di canali ufficiali per non incorrere in truffe e utilizzare questo strumento con consapevolezza”.

L’e-commerce in Italia vale il 7% del PIL, 150 miliardi di euro

Nel 2024 il settore dell’e-commerce in Italia vale il 7% del Pil nazionale, pari a 150,1 miliardi di euro (+6,6% vs 2023) di cui 88,6 miliardi di valore aggiunto.
Il valore totale dell’e-commerce si suddivide in tre componenti principali.

Le attività degli online seller hanno ricadute dirette per 58,9 miliardi di euro, l’apporto economico dei fornitori e dei servizi a monte e a valle è pari a 50 miliardi di ricadute indirette, e 41,2 miliardi di ricadute indotte riguardano gli effetti positivi sul resto del sistema economico nazionale.
Il commercio elettronico è un motore fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e ambientale dell’Italia. Lo conferma la nuova edizione dello studio realizzato da Netcomm in collaborazione con Althesys dal titolo  ‘L’e-commerce crea valore per l’Italia’.

Un attivatore di valore per tutto il sistema produttivo

Dalla ricerca emerge chiaramente il dato strutturale sul moltiplicatore del valore. A ogni euro di valore aggiunto generato direttamente dal comparto e-commerce ne corrispondono tre di benefici per l’intero sistema economico italiano, tra ricadute dirette, indirette e indotte.

Si tratta di un indicatore che evidenzia la forte capacità dell’e-commerce di attivare valore lungo tutte le maglie del sistema produttivo, confermando la natura interconnessa e sistemica del commercio digitale.
Il contributo fiscale complessivo prodotto dalla filiera raggiunge 44 miliardi di euro, pari al 7,7% delle entrate fiscali italiane nel 2023, confermando il ruolo determinante dell’e-commerce anche nel sostenere la spesa pubblica e il benessere collettivo.

Occupa 1,8 milioni di lavoratori

L’e-commerce e la sua filiera in Italia coinvolgono direttamente e indirettamente 1,8 milioni di lavoratori compreso l’indotto, +15% tra il 2022 e il 2023, e pari al 6,8% degli occupati in Italia, contribuendo a generare un totale di 40,3 miliardi di euro di salari lordi nella sola filiera (+13,8% rispetto al 2022).

Di questi, 1,17 milioni di lavoratori sono impiegati direttamente nella value chain del commercio digitale (310.000 comparti fornitori, 542.000 retailer, brand, marketplace, 319.000 servizi di logistica, consegna, pagamento).
La creazione di valore è ben distribuita tra le diverse fasi della filiera. La componente a monte genera 35,5 miliardi di euro, la fase centrale produce il maggior impatto (79 miliardi di euro), e la fase di supporto alle attività di vendita online genera 35,6 miliardi.

Il ruolo guida nella promozione di modelli di consumo circolari

Dal lato consumatori i dati evidenziano che nel 2024 il 44,3% degli italiani sopra 14 anni ha effettuato almeno un acquisto online, con un aumento di dieci punti percentuali rispetto al 2019. 
Dal punto di vista del capitale umano il settore sta contribuendo in maniera significativa alla qualificazione del lavoro, attraverso l’adozione di contratti collettivi nazionali, formazione continua e programmi aziendali di upskilling digitale, che stanno promuovendo l’innovazione dei profili professionali e la resilienza dell’occupazione lungo tutta la filiera.

Inoltre, l’e-commerce assume un ruolo guida anche nella promozione di modelli di consumo circolari e sostenibili. L’introduzione di soluzioni logistiche a basso impatto ambientale contribuisce in modo significativo alla riduzione delle emissioni di CO2.

Pubblicità video in Italia: nel 2025 “vince” ancora la TV

Anche nel 2025 rappresenta il 57% della raccolta totale degli investimenti pubblicitari. Con queste percentuali, è evidente che la pubblicità video sia ancora in vetta a dominare il mercato italiano dell’advertising.

Però, nonostante l’ottima tenuta, ci sono delle criticità: in primis la mancanza di una governance chiara e di metriche condivise rallenta l’adozione di strategie video realmente integrate. Lo scenario emerge dall’ultima ricerca dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano.

La televisione: da mezzo lineare a sistema digitale 

Negli ultimi anni, la televisione ha subito una trasformazione profonda, passando da un mezzo tradizionale lineare a un sistema digitale e integrato. L’analisi dell’Osservatorio Internet Media mette in luce come la pubblicità video, con oltre 6,6 miliardi di euro raccolti, sia diventata la protagonista indiscussa della comunicazione pubblicitaria, con un aumento dell’1% rispetto al 2024.

Va però sottolineato che non tutta la raccolta video si basa su contenuti video veri e propri: formati come il video outstream rappresentano una quota importante. Se si considera solo la pubblicità veicolata all’interno di contenuti video, il valore scende al 43% del mercato, pari a circa 5 miliardi di euro, in crescita del 5% rispetto all’anno precedente. Di questa cifra, il 78% è legato alla televisione tradizionale e HbbTV, mentre le piattaforme online (AVOD, app broadcaster e FAST Channel) rappresentano il 21,5%.

Il ruolo della TV 2.0 e dei device

La pubblicità sui televisori pesa per il 39% degli investimenti complessivi, arrivando a 4,6 miliardi di euro nel 2025 (+5%). Di questi, la cosiddetta “TV 2.0” – ossia la pubblicità sulle smart TV connesse, che comprende Addressable TV, app e spazi pubblicitari nei menu di navigazione – rappresenta il 15% del totale pubblicitario televisivo, con una crescita del 22% rispetto al 2024.

La governance del settore è ancora frammentata

Nonostante la crescita, la ricerca evidenzia diverse criticità. La governance del settore è ancora frammentata: i brand segnalano una scarsa chiarezza nei ruoli e negli interlocutori, che limita la capacità di realizzare strategie video integrate e coordinate tra i vari player. Le differenze culturali tra media online e offline generano silos difficili da superare, e spesso i budget destinati alla TV lineare vengono riutilizzati senza una visione unitaria.

Anche l’adozione del programmatic advertising è rallentata da una offerta pubblicitaria non ancora pienamente sviluppata, dalla frammentazione delle piattaforme e da costi operativi percepiti come elevati.

La questione della misurazione 

La misurazione delle campagne rimane un nodo complicato da sciogliere: la mancanza di metriche cross-canale e l’eterogeneità delle fonti dati impediscono una valutazione efficace e integrata delle audience. Sebbene strumenti avanzati come il Marketing Mix Model siano in crescita per l’analisi a breve termine, l’impatto di medio-lungo periodo della TV 2.0 resta un tema poco esplorato.

Secondo Nicola Spiller, direttore dell’Osservatorio, molte aziende dichiarano di adottare strategie video integrate, ma nella pratica prevalgono ancora approcci tradizionali, con la TV digitale usata principalmente per ampliare la copertura.

Innovazioni: per oltre 700.000 imprese avranno un impatto diretto a medio termine

Secondo i risultati dell’XI edizione del Rapporto ‘Le Innovazioni del Prossimo Futuro’, realizzato da Airi, sono oltre 700.000 le imprese nazionali sulle quali le tecnologie possono avere un impatto diretto nel breve medio-termine in termini di produttività e competitività. 

Il Rapporto offre una mappa aggiornata di 132 scenari tecnologici ad alto impatto socioeconomico, i quali contribuiranno nel breve e medio periodo all’innovazione in 10 settori strategici: Ambiente, Costruzioni, Chimica e Materiali, Energia/Decarbonizzazione, Farmaceutica, Meccatronica, Microelettronica/Semiconduttori, Tecnologie Digitali, Trasporti/Mobilità, Spazio. Oggi più che mai la tecnologia rappresenta infatti il fulcro della competitività del sistema Paese.
E incide in misura crescente sulle traiettorie di crescita, innovazione, e autonomia strategica

Trasformare la ricerca industriale in prodotti innovativi costa oltre 4 miliardi l’anno

Ma per affrontare le sfide future è essenziale avviare una cooperazione sistemica tra istituzioni, imprese e ricerca pubblica, capace di individuare e condividere priorità strategiche e risorse.
Lo studio mostra come le scelte compiute oggi influenzeranno la posizione dell’Italia nelle catene del valore globali dei prossimi anni.

Emerge però anche la necessità di una strategia di investimento nazionale di medio-lungo periodo.
Gli esperti coinvolti nel Rapporto stimano in oltre 4 miliardi di euro all’anno i fondi necessari per trasformare la ricerca industriale in prodotti innovativi da portare nei mercati nazionali e globali.

Zero emissioni per i Trasporti del futuro

Lo studio contiene anche un approfondimento dei dati relativi ai brevetti prodotti dalla ricerca e dalle imprese italiane, curato da Unioncamere e Dintec, con riferimento ai dieci settori considerati.

“Il capitolo dedicato al Trasporto si occupa di mezzi e sistemi sicuri, accessibili, inclusivi, convenienti, intelligenti, resilienti e a zero emissioni – commenta Emilio Fortunato Campana, Direttore Ingegneria, ICT e tecnologie per energia e trasporti del CNR -. Tale capitolo mette a fuoco le tecnologie innovative in queste aree di ricerca, sia per lunghe distanze sia per il trasporto urbano, analizzando i progressi tecnologici e le interazioni con le risposte endogene derivanti dai costi di trasporto e dai collegamenti delle catene di approvvigionamento”. 

Costruzioni decarbonizzate

La sostenibilità è uno degli obiettivi principali del comparto delle Costruzioni, che può contribuire alla decarbonizzazione con lo sviluppo di soluzioni innovative: dalla cattura di CO₂ per cementifici o la carbonatazione del calcestruzzo all’utilizzo di idrogeno e combustibili alternativi, nonché l’uso di materiali secondari o riciclati.

“Per uno sviluppo sostenibile delle costruzioni è auspicabile un orientamento congiunto di ricerca, normativa e pratiche industriali, a partire da una comprensione profonda delle proprietà del calcestruzzo – spiega Antonio Princigallo, Direzione Tecnologie e Qualità, Heidelberg Materials Italia -. La ricerca sperimentale congiunta a nuove modalità progettuali e computazionali potrà consentire di individuare le soluzioni tecnologiche più adatte e calcestruzzi sempre più sostenibili”.

Italiani sempre più solidali (e connessi): cresce la generosità digitale

In un mondo che cambia in fretta, anche la solidarietà (che per fortuna resiste) è soggetta ai cambiamenti della digitalizzazione. Nel panorama italiano del terzo settore, infatti, sta emergendo un trend chiaro: la generosità non è più solo un gesto occasionale, ma un’attitudine quotidiana, sempre più integrata nella vita digitale.
Dalle donazioni online alle iniziative di volontariato, passando per il ruolo attivo di “ambasciatori del bene”, gli italiani – in particolare Millennials e Gen Z – si confermano protagonisti di una nuova stagione del dono.

Secondo l’Osservatorio Donare 3.0 (edizione 2024), promosso da BVA Doxa, PayPal e Rete del Dono, la solidarietà si fa sempre più accessibile grazie alla tecnologia. A guidare questa trasformazione è lo smartphone, ormai lo strumento preferito per sostenere cause sociali in modo semplice e immediato.

Shopping con il cuore: il 32% dona durante gli acquisti online

Un dato sorprendente riguarda la crescente abitudine di donare durante il checkout online: il 32% degli utenti italiani ha effettuato almeno una donazione mentre completava un acquisto. Questo conferma l’efficacia delle modalità digitali nel trasformare ogni momento in un’opportunità di solidarietà.

Il crowdfunding donation-based – ovvero le raccolte fondi online – sta vivendo un momento d’oro: il 23% degli utenti Internet italiani ha partecipato ad almeno una campagna, il dato più alto mai registrato in Italia dal 2014.

Le cause più condivise: salute, ambiente e cultura

Nel 2024, gli italiani si sono mobilitati soprattutto per sostenere salute e ricerca scientifica (51%), la tutela dell’ambiente e degli animali (28%) e l’assistenza sociale (24%). Il Natale resta il periodo preferito per fare beneficenza, ma anche Pasqua, compleanni e matrimoni diventano occasioni per donare.

Quasi un italiano su due ha scelto di supportare progetti culturali, mossi da motivazioni personali, attaccamento al territorio e conoscenza diretta delle organizzazioni promotrici. Le nuove generazioni sono in prima linea: il 51% della Gen Z e il 47% dei Millennials hanno sostenuto la cultura, contro il 30% dei Boomers.

Donare con poco: inclusività e partecipazione

La partecipazione è ampia anche grazie alla possibilità di donare piccoli importi: oltre il 54% dei donatori ha contribuito con cifre inferiori ai 50 euro, rendendo la solidarietà un gesto alla portata di tutti.

Ma la generosità non si ferma al denaro. Il 34% degli italiani ha partecipato attivamente come volontario, e molti sono pronti a diventare testimonial delle organizzazioni che sostengono. Cresce inoltre la richiesta di trasparenza: 8 italiani su 10 desiderano ricevere aggiornamenti concreti sull’impatto delle donazioni.

La tecnologia che fa del bene: tra app e intelligenza artificiale

Lo smartphone si conferma il principale strumento per le donazioni, superando il PC per il secondo anno consecutivo. Le app e le piattaforme digitali stanno ridefinendo il modo di partecipare, soprattutto per i più giovani.

Anche l’intelligenza artificiale comincia a fare capolino nel mondo della beneficenza: il 14% degli italiani digitali ha già usato strumenti di AI per informarsi sulle Organizzazioni Non Profit prima di donare. Un interesse destinato a crescere, che apre la strada a esperienze sempre più personalizzate e trasparenti.

L’Italia che cresce è sostenibile: transizione ecologica e digitale fanno salire il Pil

Se in Italia si decidesse di accelerare la transizione ecologica e digitale tra gli effetti positivi avremmo un Pil più alto dell’1,1% nel 2035 e dell’8,4% nel 2050, con dinamiche positive per l’industria, l’agricoltura e i servizi, e una riduzione della disoccupazione.
È il quadro che emerge dal Rapporto ‘Scenari per l’Italia al 2035 e al 2050. Il falso dilemma tra competitività e sostenibilità’, realizzato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ETS (ASviS) in collaborazione con Oxford Economics.

Secondo il rapporto, il trend positivo continuerebbe successivamente, grazie al rallentamento del riscaldamento globale, all’innovazione e all’aumento dell’efficienza energetica, che contribuirebbero anche a ridurre la spesa per i danni ambientali e a aumentare le entrate fiscali.

“Dobbiamo accelerare la transizione, non rallentarla”

In questo modo, nonostante l’aumento degli investimenti pubblici, si registrerebbe anche un miglioramento del rapporto debito pubblico/Pil rispetto allo scenario di base. 

“È a questo scenario virtuoso che dobbiamo guardare, rispetto agli altri tre analizzati: Net Zero, Transizione Tardiva, Catastrofe Climatica – sottolinea Enrico Giovannini, direttore scientifico ASviS. – Dobbiamo accelerare la transizione, non rallentarla, e sostenerla con investimenti innovativi a tutto campo, perché questo produrrebbe risultati positivi per tutti i settori sia al 2035, sia al 2050, con l’ovvia eccezione dell’estrazione e della produzione di combustibili fossili. Rispetto allo scenario di base, il valore aggiunto della manifattura resterebbe invariato nel 2035, ma crescerebbe del 9,3% nel 2050. E quello dei servizi aumenterebbe dello 0,5% nel 2035 e del 5,9% nel 2050”.

“L’inazione ha costi crescenti”

In termini aggregati, il comparto industriale vedrebbe il valore aggiunto aumentare dell’1,7% nel 2035 e del 14,9% nel 2050, un valore maggiore di quello che sperimenterebbe la Germania nello stesso periodo.

“La sostenibilità è una leva strategica per rafforzare il sistema produttivo e sociale del nostro Paese ed è sbagliato pensare che ci sia contrapposizione tra sostenibilità e competitività – commenta Pierluigi Stefanini, presidente ASviS -. Come dimostrano le simulazioni condotte con Oxford Economics, l’inazione ha costi crescenti, mentre investire nella sostenibilità conviene, perché aumenta la redditività delle imprese e genera benessere sociale”.

Quasi il 50% delle imprese italiane adotta pratiche di economia circolare

Gli studi, già disponibili e citati nel Rapporto, dimostrano che le imprese italiane che investono in sostenibilità aumentano la produttività, la competitività e la solidità finanziaria.
Ad esempio, se il 34,5% delle Pmi e il 73,8% delle grandi imprese sono già impegnate in attività di tutela ambientale, quelle manifatturiere sostenibili registrano una produttività più alta del 5-8% rispetto alle altre.

Quasi il 50% delle imprese italiane ha adottato almeno una pratica di economia circolare, con risultati finanziari migliori, maggiori investimenti e minore indebitamento.
Il 92% delle imprese familiari e l’89% delle non familiari riconosce che integrare la sostenibilità nel business porta benefici, a partire dalla reputazione e fiducia nel brand: per questo è tra gli obiettivi prioritari dei prossimi tre anni.