PMI: anche il 2026 è dominato dall’incertezza per l’economia

A quanto emerge dall’indagine annuale condotta dal centro studi CNA, Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, è ancora l’incertezza a dominare le aspettative in economia da parte di artigiani e piccole imprese.

Tra guerra, tensioni geopolitiche e politica commerciale da parte delle principali potenze economiche, Stati Uniti e Cina, la grande incertezza degli imprenditori italiani è ancora alimentata dal contesto internazionale.
Il 53% degli imprenditori intervistati però non formula previsioni. Ma gli ottimisti (23,8%) anche se di poco superano i pessimisti (23,2%) e la percentuale sale tra gli imprenditori under 40.

Il 40% delle piccole imprese prevede una riduzione degli investimenti

In questo scenario quasi un imprenditore su 4 prevede una crescita dell’economia italiana, mentre il 23,2% si aspetta un andamento negativo.
E con riferimento alle previsioni sulla propria impresa il grado di incertezza aumenta a oltre il 58%.

Cresce la quota di coloro che prevedono risultati in peggioramento (26,1%) mentre soltanto il 15,5% si aspetta un miglioramento dei risultati aziendali.
Più in dettaglio, un’impresa su tre prevede una contrazione del fatturato, soprattutto nella componente esportazioni. Quasi il 40% prevede di ridurre gli investimenti, mentre soltanto un’impresa su sei ha in programma un aumento della spesa per investimenti in beni strumentali.

Migliora il sentiment nel Mezzogiorno

Per quanto riguarda l’occupazione quasi il 70% del campione prevede stabilità dell’organico, il 20% una riduzione, mentre il 10% indica un aumento dei propri dipendenti.
A livello settoriale, le previsioni negative caratterizzano soprattutto la manifattura, in larga parte alimentate dalle difficoltà dell’automotive e del tessile-abbigliamento. Nei servizi si equivalgono le indicazioni positive e negative (circa un’impresa su due) mentre nelle costruzioni prevale l’orientamento positivo, oltre il 30% del campione.

A livello geografico le imprese del Mezzogiorno mostrano un deciso miglioramento del sentiment rispetto allo scorso anno, sia in riferimento all’andamento complessivo dell’economia (35% del totale) sia alla propria impresa (26%)). Le previsioni negative si concentrano invece tra le imprese delle regioni centrali.

Si confermano costi energetici, concorrenza sleale, carenza di personale

La fotografia per classi anagrafiche degli imprenditori mostra un maggiore pessimismo all’aumentare dell’età.
In decisa controtendenza, invece, le aspettative degli imprenditori under40, di cui poco più del 30% prevede un trend positivo del ciclo economico, mentre quasi il 40% stima un 2026 con risultati aziendali in crescita.

“La nostra indagine indica che anche quest’anno prevale l’incertezza. – afferma il presidente CNA Dario Costantini -. Si confermano le principali criticità: costi dell’energia, concorrenza sleale e carenza di personale. Tuttavia, le imprese con aspettative positive superano quelle che prevedono un peggioramento dei risultati aziendali, grazie soprattutto agli imprenditori under40”.

Bollette luce e gas: quanto risparmieremo nel 2026? 200 euro

Nel 2026 la spesa complessiva dell’energia da parte delle famiglie italiane dovrebbe fermarsi a 2.236 euro rispetto ai 2.450 euro del 2025. Un calo pari al 9%.
Buone notizie, quindi, sul fronte del prezzo delle bollette. Secondo le stime di Facile.it, nel 2026 il prezzo dell’energia scenderà portando un beneficio che per una famiglia tipo con fornitura nel mercato libero a tariffa variabile, potrebbe arrivare a 212 euro in un anno tra luce e gas.

L’analisi di Facile.it è stata realizzata prendendo in considerazione le previsioni su PUN, l’indicatore del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, e PSV, il punto di riferimento per determinare il prezzo del gas naturale all’ingrosso in Italia, elaborate dall’European Energy Exchange e una tariffa a prezzo variabile indicizzata ai due indici + spread (0,0088 euro per la luce e 0,08 euro per il gas).

La diminuzione più importante riguarderà la fornitura di gas

Tenendo conto dei consumi di una famiglia tipo, pari a 2.700 kWh per l’elettricità e 1.400 smc per il gas, Facile.it ha calcolato che la diminuzione più importante riguarderà la bolletta del gas, che passerà dai 1.691 euro del 2025 ai 1.493 euro del 2026, per un calo del 12%.

La bolletta della luce, invece, scenderà a 743 euro, in calo solo del 2%.

Una buona notizia, ma solo per i clienti con un contratto di fornitura a prezzo indicizzato

“La riduzione attesa è senza dubbio una buona notizia per i consumatori, ma attenzione perché a godere in automatico del calo saranno solo i clienti con un contratto di fornitura a prezzo indicizzato, il quale si adeguerà automaticamente all’andamento degli indici PUN e PSV – spiegano gli esperti di Facile.it -. Il consiglio, soprattutto per chi ha una tariffa a prezzo bloccato, quindi, è di confrontare periodicamente la propria offerta con quelle di altri fornitori così da poter cogliere tempestivamente eventuali opportunità di risparmio che si dovessero presentare nei prossimi mesi”.

PUN – 4%, PSV -25%

Come detto, l’analisi di Facile.it è stata realizzata prendendo in considerazione l’andamento degli indici PSV e PUN nel 2025 e le previsioni elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) per i prossimi 12 mesi, a parità di consumi e altre condizioni economiche che gravano in bolletta.

Nello specifico, il PUN, secondo le previsioni calerà del 4% passando da un valore medio di 0,1158 euro / kWh a 0,1107 euro / kWh.
Più significativo è il calo del PSV, che diminuirà del 25% passando, in media, da 0,4119 euro / smc a 0,3087 euro / smc.

Natale in viaggio: dieci milioni di italiani pronti a muoversi

Quest’anno a Natale non saranno solo le città a illuminarsi: anche le strade, le stazioni e gli aeroporti torneranno a riempirsi di gente. Secondo un’indagine realizzata da EMG Different per Facile.it, saranno circa dieci milioni gli italiani che si concederanno una vacanza durante le feste.

Un piccolo esercito che, messo insieme, spenderà più di cinque miliardi di euro. La media individuale è di 440 euro, un balzo in avanti del 31% rispetto al 2024. Segno che la voglia di partire, nonostante i rincari, continua a resistere.

Chi parte e perché

Dai dati emerge un quadro piuttosto chiaro: a viaggiare saranno soprattutto i più giovani, in particolare nella fascia 18-24 anni, e molti residenti del Centro Italia. Insomma, la generazione che tende meno a rimandare, anche se i prezzi salgono.

La meta preferita resta l’Italia, scelta da otto viaggiatori su dieci. Ma cresce anche chi sceglie l’estero: il 22% degli intervistati varcherà il confine, quasi il doppio rispetto allo scorso anno.

Ci si sposta in auto, nonostante i rincari

Anche questa volta, l’auto rimane il mezzo di trasporto più usato. Sei italiani su dieci si metteranno alla guida, percorrendo in media un tragitto lungo abbastanza da farsi sentire nel portafoglio. Il carburante, nonostante un lieve calo della benzina rispetto al 2024, pesa: per un viaggio natalizio si stima una spesa compresa fra i 60 e i 74 euro.

Chi sceglie treni o aerei deve prepararsi a un portafoglio ancora più leggero. Consumerismo No Profit ricorda che, tra adeguamenti tariffari e domanda altissima, alcune tratte possono arrivare a costare il triplo.
E per chi deve pernottare fuori? Beh, nemmeno lì si scherza. Circa 7,3 milioni di italiani soggiorneranno in strutture a pagamento: dagli hotel ai bed and breakfast, passando per le case vacanza. In molte località, soprattutto montane o d’arte, si registrano prezzi che superano i 150 euro a notte in mezza pensione.

Il lato oscuro delle vacanze: le truffe

Dove circola molto denaro, purtroppo, circolano anche le truffe. Sempre secondo la ricerca, oltre 7,8 milioni di italiani nell’ultimo anno hanno rischiato o subito una frode legata alle vacanze. Alloggi inesistenti, auto a noleggio mai arrivate, biglietti fasulli, pacchetti “da sogno” rivelatisi tutt’altro.

Solo nel settore delle strutture ricettive, quattro milioni di persone hanno avuto problemi seri: c’è chi ha pagato per un appartamento fantasma, chi ha trovato una camera già occupata, chi ha scoperto troppo tardi di aver prenotato una catapecchia. Il danno medio si aggira intorno ai 507 euro, con un impatto complessivo superiore ai 380 milioni.

Il consiglio degli esperti

Gli esperti di Facile.it invitano alla prudenza: quando un’offerta sembra troppo conveniente, spesso lo è per un motivo. Meglio controllare, verificare e – soprattutto – non avere fretta. E se si cade nel tranello, denunciare: solo il 26% delle vittime lo fa davvero.

Istat: come cambiano occupazione e redditi in Italia

L’Istat ha pubblicato una nuova analisi che mette insieme due mondi che, per essere compresi davvero, vanno letti in parallelo: i redditi delle famiglie (dal 2018 al 2022) e la situazione lavorativa degli individui (2018-2023).

Una lente che permette di cogliere non solo quanto si lavora, ma chi lavora, dove, e con quali condizioni di partenza. Una fotografia utile, perché il mercato del lavoro non è fatto solo di percentuali, ma di persone, famiglie e territori che si muovono a velocità diverse.

Lavoro in crescita, disoccupazione in calo

I dati confermano che la traiettoria iniziata nel 2021 non si è fermata. Nel 2024 il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni ha toccato il 62,2%, segnando un altro passo avanti. La disoccupazione è scesa al 6,6% e l’inattività – stabile – si colloca al 33,4%.

Già nel 2023 si era avvertito questo rimbalzo: occupazione in aumento dal 60,1% al 61,5%, disoccupazione giù dall’8,2% al 7,8%, inattività dal 34,5% al 33,3%. Numeri che, letti così, sembrano solo una buona notizia; ma la realtà, come sempre, ha molte sfumature.

I più fragili recuperano terreno

L’aumento dell’occupazione è stato più forte tra chi aveva meno. Nei primi tre quinti di reddito – quelli con tassi storicamente più bassi – si registrano rialzi dal 2,1 al 2,7%. Allo stesso modo, la disoccupazione cala più rapidamente proprio tra le famiglie più povere, segno che una parte di popolazione finora esclusa sta riguadagnando spazio nel mercato del lavoro.

Il Mezzogiorno, tradizionalmente più in difficoltà, nel 2023 ha tenuto il passo del Nord-est (+1,5 punti percentuali). E nei redditi più bassi alcune aree hanno mostrato scatti sorprendenti: +5,6 punti nel Nord-est e +3,9 nel Centro. Non tutto, però, segue la stessa direzione: nel quinto più ricco del Centro si registra addirittura un lieve calo.

Giovani, donne e istruzione: le distanze ancora da colmare

Tra i giovani 25-34enni, l’occupazione sale al 68,1%, con un balzo netto nel quinto più povero. Ancora più forte l’aumento tra i 55-64enni. Rimane invece ampio il divario di genere, soprattutto nei redditi più bassi, dove la distanza tra uomini e donne supera i 27 punti percentuali.

L’istruzione continua a fare la differenza: chi ha una laurea nel quinto più povero lavora nel 52,2% dei casi, mentre nel quinto più ricco si arriva al 90%. Un salto che racconta, meglio di tante parole, quanto conti il capitale formativo.

Quali lavori crescono davvero

Nel 2023 aumentano i contratti a tempo indeterminato (dal 39,8% al 41,2%), mentre i rapporti a termine calano leggermente, tranne tra i più poveri.
Eppure, più di un quarto degli occupati si concentra ancora in professioni a basso reddito, percentuale che sale al 42,7% se si guardano solo i nuovi ingressi. Le attività ad alto reddito restano invece una nicchia.

Inflazione in frenata: la svolta a ottobre 2025

L’autunno porta con sé un’aria un po’ più leggera sul fronte dei prezzi. A dirlo sono i dati definitivi diffusi dall’Istat, che fotografano un mese di ottobre 2025 caratterizzato da un generale rallentamento dell’inflazione.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo (NIC), al netto dei tabacchi, segna infatti una variazione del -0,3% rispetto a settembre e un aumento dell’1,2% su base annua. Un passo indietro evidente rispetto al +1,6% registrato il mese precedente.

Energia e alimentari: i comparti che spingono il rallentamento

Il motivo di questo raffreddamento è piuttosto chiaro: alcuni settori, che negli ultimi mesi avevano acceso il termometro dei prezzi, ora si stanno calmando.

Il caso più eclatante riguarda gli energetici regolamentati, che passano da un robusto +13,9% a un sorprendente -0,5%. Una virata che da sola basta a influenzare buona parte del quadro generale. Anche gli alimentari non lavorati mostrano un forte rallentamento, scendendo dal +4,8% a un più moderato +1,9%.

Meno evidente ma comunque significativo è il rallentamento dei prezzi dei servizi legati ai trasporti e degli alimentari lavorati. Qualche controtendenza, però, resta: i servizi ricreativi, culturali e quelli per la cura della persona continuano a salire, anche se di poco, passando dal +3,1% al +3,3%.

Inflazione di fondo in lieve discesa

Guardando alla cosiddetta inflazione di fondo – quella che esclude energetici e alimentari freschi, quindi la parte più volatile – si nota un leggero rallentamento: dal +2,0% si scende al +1,9%. Una dinamica simile si osserva anche escludendo solo i beni energetici.

I beni nel loro complesso crescono appena (+0,2%), mentre i servizi restano fermi al +2,6%. Il divario tra i due settori si allarga, arrivando a 2,4 punti percentuali.

Cosa scende e cosa sale nel carrello degli italiani

La riduzione mensile dell’indice generale è legata soprattutto al calo dei prezzi dell’energia, sia regolamentata che non regolamentata, e dei servizi legati al tempo libero e alle comunicazioni. Qualche aumento, però, resiste: i servizi relativi all’abitazione segnano un +0,3% rispetto a settembre.

L’inflazione acquisita per il 2025 arriva così all’1,6% per l’indice generale e all’1,9% per quella di fondo.

Il quadro complessivo

In sintesi, ottobre porta un’inflazione più sopportabile: +1,2%, un livello che torna sotto i valori di fine 2024.

L’Istat sottolinea come a pesare sulla frenata siano soprattutto gli alimentari non lavorati e il brusco calo degli energetici regolamentati. Anche il “carrello della spesa” si muove più lentamente, crescendo del 2,1% contro il precedente 3,1%.

Italiani e democrazia: i valori occidentali sono il fondamento della pace

Lo rivela la terza edizione dell’Osservatorio ItaliaInsight sullo stato della democrazia: la “salute” della democrazia italiana attraversa una fase di precarietà. L’indagine fa emergere un peggioramento di alcuni indicatori chiave, come il rafforzamento di sentimenti critici verso la classe politica, le pulsioni ‘complottiste’ e la sfiducia nei confronti dei mezzi di comunicazione.

Allo stesso tempo, gli italiani sono sempre più consapevoli della necessità di costruire percorsi di pace, individuando nella promozione dei regimi democratici nel mondo e nel consolidamento del libero scambio commerciale le chiavi per raggiungere questo obiettivo.

È necessario cercare un modo diverso di governare?

A questi segnali si aggiunge la persistente convinzione che la politica non abbia più margine di manovra rispetto ai mercati. Ma il dato più allarmante riguarda la crescente insoddisfazione per come funziona la democrazia nel nostro Paese.

“Il 53% si dichiara d’accordo con l’idea che la democrazia funzioni male e che sia necessario cercare un modo diverso di governare l’Italia – ha dichiarato Andrea Scavo, Director Public Affairs Ipsos Doxa -. Sappiamo però che questo malessere non sfocia nell’adesione a una visione leaderistica e autoritaria della politica: la maggioranza degli italiani vorrebbe vedere invece una democrazia più evoluta e rafforzata, con un maggiore coinvolgimento dei cittadini”.

Il ruolo delle Università nell’educazione al dialogo e al confronto costruttivo

Un nuovo elemento di questa rilevazione riguarda il focus sulla pace e sui suoi protagonisti. 
I dati rivelano come gli italiani riconoscano chiaramente il ruolo svolto per la pace da parte di diversi attori. Al primo posto si collocano le organizzazioni no-profit, seguite dalla Chiesa cattolica, il mondo dell’associazionismo e le Università. 

Quest’ultime svolgono un ruolo importante educando al dialogo e al confronto costruttivo, aspetto sottolineato soprattutto dai più giovani, attraverso le collaborazioni internazionali tra gruppi di ricerca e lo stimolo al dialogo interculturale e interreligioso.

Cosa impedisce una pace duratura?

L’indagine rivela che per gli italiani la strada verso una pace duratura si basa su due pilastri fondamentali, la promozione dei regimi democratici nel mondo, con la convinzione che non sia possibile una pace stabile in presenza di numerosi regimi non democratici, e il rafforzamento del libero scambio commerciale, accompagnato però da meccanismi di riequilibrio del sistema economico globale per garantire maggiore equità ed evitare il rafforzamento di ingiustizie strutturali. 

Un dato significativo riguarda l’atteggiamento verso le spese militari. Gli italiani si mostrano fortemente contrari a un loro aumento, soprattutto se questo dovesse comportare tagli alle risorse destinate ai servizi pubblici essenziali, come la sanità e l’istruzione.
L’Osservatorio è stato realizzato da Polidemos, il Centro per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con Ipsos Doxa.

Assistenti IA e informazione: la fiducia è tutta da costruire

Gli assistenti basati sull’Intelligenza Artificiale sono ormai diventati parte della nostra quotidianità. Rispondono alle domande, ci aiutano a cercare informazioni, spesso rappresentano una scorciatoia per capire cosa sta succedendo nel mondo.

Ma quanto sono davvero affidabili quando si tratta di notizie? Da questo dubbio è partita una ricerca coordinata dalla European Broadcasting Union (Ebu) e guidata dalla Bbc, a cui hanno partecipato 22 media pubblici europei.

Un test basate su domande reali

Per capire quanto queste tecnologie siano precise, i ricercatori hanno preparato una lista di 30 domande da rivolgere a quattro assistenti molto utilizzati: ChatGPT, Gemini, Perplexity e Copilot. Le domande erano semplici, quelle che potrebbe cercare chiunque su internet: da dove viene Elon Musk? Trump sta dando il via a una guerra commerciale? Quante vittime ci sono state nell’ultimo terremoto in Myanmar?

Le risposte, però, non sono state rassicuranti. Quasi la metà conteneva errori considerati seri, tanto da compromettere l’informazione fornita. E la percentuale sale oltre l’80 per cento se si includono anche le imprecisioni più piccole, quelle che non stravolgono la realtà ma la deformano comunque.
Il problema più frequente riguarda le fonti: spesso citate male, a volte ignorate, altre volte inventate. Una difficoltà che mette a rischio la credibilità di ciò che l’utente si ritrova a leggere.

Quando un errore mette a rischio il rapporto di fiducia

Lo studio rappresenta ad oggi l’indagine più ampia sul rapporto tra IA e notizie, e lancia un segnale importante. Secondo il Reuters Institute, il 7 per cento degli utenti che si informano online utilizza già questo tipo di assistenti per capire l’attualità. Tra i giovani, la quota raddoppia e arriva al 15 per cento.

L’opportunità di raggiungere nuovi pubblici è evidente, ma la fiducia resta la base di tutto. Jean Philip De Tender, Media Director dell’Ebu, ha spiegato che errori ripetuti possono diventare un serio problema: quando non si sa più a chi credere, si rischia di non credere a nessuno.

Regole chiare e controlli frequenti

Per questo l’Ebu e i media pubblici partecipanti chiedono che vengano applicate con decisione le norme già previste in Europa su pluralismo e integrità dell’informazione.

Allo stesso tempo viene richiesto un monitoraggio continuo e indipendente sugli assistenti IA, perché la tecnologia evolve rapidamente e non si può restare a guardare.

La rivoluzione digitale per i mercati del lavoro regionali

Nonostante i benefici attesi dalla trasformazione digitale sul lavoro l’AI può allargare ulteriormente le maglie di un tessuto sociale già debole. La popolazione italiana potrebbe dividersi tra chi avrà la possibilità di assicurarsi le skill giuste per navigare nel mercato del lavoro e chi rimarrà incapace di orientarsi in un mondo sempre più complesso.

Soprattutto di questi ultimi si occupano gli oltre 600 sportelli dei Centri per l’impiego (CPI) dislocati sul territorio nazionale. Eppure, il nostro Paese continua a essere in Europa tra gli ultimi in termini di spesa sui Servizi per l’Impiego, nonostante le Istituzioni hanno avviato grandi investimenti per riformarli.
È quanto emerge da una ricerca realizzata dall’Eurispes sui mercati del lavoro regionali e la sfida posta dall’AI.

Dai chatbot in Veneto ai futuri assistenti virtuali in Lazio o Sardegna

Sull’efficacia delle strategie di intervento delle istituzioni si gioca infatti una partita importante per i CPI. La priorità, oggi, è fornire forza-lavoro alle imprese che hanno difficoltà a reperire personale.
Il mismatch coinvolge infatti tutte le Regioni, e le strategie per affrontarlo si dividono tra innovazione digitale e servizi sul territorio.

Analogamente allo spazio fisico, si diffondono le piattaforme online per l’utilizzo di servizi derivanti da tecnologia basata sulla gestione di Big Data o AI. Alcuni, come i chatbot in Veneto o la piattaforma OrientaCalabria, sono già realtà consolidate, altri sono in via di sviluppo, come gli assistenti virtuali che si stanno sperimentando nel Lazio o in Sardegna.

Non sempre le innovazioni semplificano la gestione dei dati

Ma il processo verso la trasformazione digitale s’interseca anche con il più grande limite delle organizzazioni: la burocratizzazione, che costringe a muoversi in un sistema di norme non sempre coerenti ed efficaci.
La Dichiarazione di immediata disponibilità (DID) e i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) sono innovazioni introdotte recentemente dai CPI che non sempre rendono semplice la gestione dei dati, rischiando di burocratizzare il processo.

Nel 2024, inoltre, il Ministero del Lavoro ha posto in essere una piattaforma informatica, il SIISL, che nonostante rappresenti il cuore pulsante di un sistema più moderno, ha bisogno di una imponente spinta verso l’innovazione promossa dall’AI.

Centri per l’impiego digitalizzati

La digitalizzazione ha dato anche un sostanziale contributo nella capacità di misurare le prestazioni dei CPI. Le attività di monitoraggio regionali fanno riferimento ai LEP, che costituiscono il presupposto normativo e concettuale per condurre diversi tipi di analisi, stabilire obiettivi e confrontare l’efficienza tra i CPI di uno stesso ambito territoriale.

Le Regioni, in particolare gli Osservatori, hanno applicato i princìpi dei LEP in diversi àmbiti. Nella Regione Lazio è stato stabilito uno standard regionale dei primi cinque livelli essenziali, mentre in Veneto o Emilia-Romagna per misurare l’efficienza dei propri presidi o delle iniziative sul territorio, si fa riferimento alla percentuale di persone collocate, o ricollocate, tra quelle che hanno fatto domanda.
Non mancano, tuttavia, alcuni aspetti critici, come la scarsità di personale adeguatamente preparato a svolgere analisi dei dati.

Disabilità, l’impatto sulle famiglie e sul lavoro

Essere genitori comporta spesso una riorganizzazione della vita lavorativa. Per le famiglie con figli con disabilità questo impatto è ancora più evidente. Tanto che per il 28% di queste famiglie l’essere genitore ha condizionato “moltissimo” gli avanzamenti di carriera, soprattutto le madri (36%) rispetto ai padri (17%).
Inoltre, il 48% dei genitori di figli con disabilità ha richiesto la riduzione dell’orario di lavoro.

Tra le famiglie con figli disabili è ancora forte il carico di cura, che grava, in particolare, sulle madri. La rete di supporto, costituita soprattutto da coniuge e nonni, resta fondamentale, ma non sempre sufficiente.
Secondo l’indagine di Doxa e Fondazione Paideia sull’impatto della disabilità sul sistema familiare, le famiglie con figli con disabilità dedicano significativamente molto tempo all’accudimento: oltre 8 ore al giorno nei giorni feriali e fino a 14 ore nel weekend, soprattutto quando il figlio ha meno di 6 anni.

Lo stress da accudimento

Le principali criticità che condizionano il benessere familiare sono la mancanza di tempo per sé (70%), lo stress da accudimento (64%) e le difficoltà nella conciliazione tra lavoro e vita privata (58%). 

Tra i genitori di figli con disabilità, il 71% valuta positivamente l’efficacia della scuola nel favorire lo sviluppo di una maggiore autonomia. Di contro, il 29% ritiene che la scuola aiuti “poco” o “per nulla” il/la figlio/a a sviluppare una maggiore autonomia.

Il 39% ha sperimentato l’impossibilità di partecipare a una gita scolastica negli ultimi due anni. Le ragioni più frequenti sono la mancanza di personale dedicato (13%) o l’assenza di assistenza notturna nelle gite su più giorni (11%).

Necessità di servizi sanitari anche privati

Secondo l’80% delle famiglie italiane, la presenza a scuola di bambini con disabilità favorisce nuove forme di apprendimento e migliora il clima in classe (75%). Tuttavia, per il 41% delle famiglie che non hanno bambini con disabilità, la presenza in classe di un bambino o una bambina con disabilità rallenta “molto” o “abbastanza” la didattica.

Il 45% delle famiglie che hanno bambini con disabilità dichiara di usufruire di servizi sanitari in ambito pubblico per i propri figli “quotidianamente” o “settimanalmente”. Ma più di 6 famiglie su 10 hanno acquistato prestazioni sanitarie o riabilitative private per il figlio o la figlia con disabilità nell’ultimo anno.

Quale futuro? Le preoccupazioni dei genitori 

Per il 24% delle famiglie con bambini con disabilità il figlio o la figlia non frequenta “mai” amici al di fuori della scuola, e il 35% non viene “mai” o “raramente” invitato alle feste di compleanno di amici o compagni di scuola. Il dato peggiora con l’avanzare dell’età: se nella fascia 0-5 anni la risposta “raramente” o “mai” è pari al 26%, nella fascia 6-18 anni sale al 38%.

Il 54% tra le famiglie in cui è presente un minore con disabilità si dichiara “molto preoccupato” per il futuro dei figli. 
Le preoccupazioni maggiori riguardano la capacità dei figli di sopravvivere ai genitori (66%), la salute (60%), le relazioni amicali e sentimentali (52%) e l’indipendenza economica dai genitori (49%).

Consumi: nel 2025 oltre 2,4 miliardi di spesa in meno

Per i consumi si prospetta un autunno lento: la persistenza di fattori che comprimono il reddito disponibile e acuiscono l’incertezza dei consumatori ostacola la ripresa. Prosegue quindi il rallentamento nella spesa degli italiani.
A stimarlo è CER per Confesercenti.

Nel 2025 la spesa delle famiglie dovrebbe aumentare di poco più del +0,5%, con una variazione congiunturale nulla tra il primo e il secondo semestre dell’anno, e un incremento tendenziale limitato allo 0,1%.
Rispetto alla stima del +0,7% diffusa da Confesercenti prima dell’estate mancano all’appello oltre 2,4 miliardi di spesa.

Sale al 15,1% la quota di imposte indirette sul valore aggiunto

Nel secondo trimestre 2025 la quota di imposte indirette sul valore aggiunto è salita al 15,1%, contro il 14,3% dello stesso periodo 2024. Ma sui consumi incide anche la disomogeneità dell’inflazione. Le famiglie concentrano la spesa su alimentari e casa, comparti dove i rincari restano al di sopra della media.
Il risultato è che gli aumenti retributivi, pur presenti, non si traducono in un reale incremento del potere d’acquisto.

“Di fronte a questo quadro, le imprese del commercio, del turismo e dei servizi esprimono preoccupazione, e chiedono con forza che la legge di bilancio si concentri su misure per il rilancio dei redditi e della spesa delle famiglie, a partire dalla riforma fiscale e dalla detassazione delle tredicesime”, commenta il presidente di Confesercenti Nico Gronchi.

“Resta prioritario correggere lo squilibrio fiscale tra web e offline”

Questo, prosegue Nico Gronchi, “sarebbe un intervento strategico anche per la crescita: con la prospettiva di un probabile rallentamento degli scambi internazionali a causa di conflitti e tensioni, il mercato interno è il fronte su cui puntare per rafforzare il nostro PIL.

Bisogna però accompagnare l’alleggerimento con misure che tutelino le imprese del territorio. Da questo punto di vista, resta prioritario correggere lo squilibrio fiscale tra web e offline. Le grandi piattaforme di e-commerce internazionali godono da anni di vantaggi di natura ‘elusiva’: sfruttano differenze normative e disomogeneità tra Paesi per scaricare sugli altri contribuenti, in particolare le Pmi, il peso di un carico fiscale che dovrebbe invece essere condiviso equamente”.

È necessario un intervento tempestivo a livello sovranazionale

“Un sistema fiscale non garantisce parità di trattamento non è solo ingiusto: è anche un fattore di concorrenza sleale che sottrae risorse allo Stato e quote di mercato alle imprese che operano correttamente sul territorio – sottolinea il presidente di Confesercenti -. Per questo la Giunta di Confesercenti ribadisce la necessità di un intervento tempestivo e deciso, sia a livello nazionale sia europeo, per assicurare che tutti gli operatori, grandi o piccoli, rispettino le stesse regole e contribuiscano in modo proporzionato al benessere collettivo”.