Da startup a scale‑up: tre lezioni dalle imprese italiane che ce l’hanno fatta

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha assistito a una trasformazione vivace del suo tessuto imprenditoriale: sempre più idee nascono in garage, coworking e acceleratori, per poi tentare la scalata sui mercati internazionali. Questo articolo analizza come alcune startup italiane siano riuscite a superare la fase “valley of death” e a diventare scale‑up competitive, quali leve hanno utilizzato e quali ostacoli restano per il sistema paese.

Contesto: il contesto economico in cui operano le startup italiane è cambiato. La disponibilità di capitale di rischio è aumentata rispetto a un decennio fa, l’ecosistema degli acceleratori e degli incubatori si è consolidato, e le grandi imprese e le istituzioni pubbliche mostrano maggiore attenzione all’innovazione aperta. Tuttavia permangono sfide strutturali: frammentazione del mercato interno, difficoltà di accesso a talenti specializzati e una burocrazia che può rallentare l’espansione. In questo scenario, distinguersi significa mettere a sistema prodotto, finanziamento e go‑to‑market.

Analisi con dati ed esempi

1) Un focus sul modello di business e la prova del mercato. Le startup che sono diventate scale‑up hanno validato la domanda locale prima di puntare all’estero. Prendiamo il caso di Satispay: partita come soluzione di pagamento mobile per gli utenti e i piccoli commercianti italiani, ha costruito una base solida di utenti attivi prima di esplorare mercati esteri e integrare servizi aggiuntivi. La lezione è evidente: unit economics positivi e fidelizzazione precoce riducono la dipendenza da round di finanziamento continui.

2) Scelte di finanziamento e governance: non tutte le risorse sono uguali. Le imprese che hanno saputo combinare capitale VC con investimenti corporate o programmi di open innovation hanno potuto accelerare senza perdere autonomia. Esempi come Scalapay e Prima Assicurazioni mostrano come round successivi ben strutturati, con investitori strategici, supportino espansioni internazionali e la costruzione di team di vendita e compliance nei nuovi mercati. Nell’attuale fase del ciclo economico i founder valutano anche strumenti ibridi (debito convertibile, revenue‑based financing) per preservare equità e flessibilità.

3) Talento, cultura e partnership industriali. Superare la fase iniziale richiede competenze tecniche e commerciali: ingegneri, product manager, esperti di regolamentazione. Le scale‑up di successo hanno attuato politiche di talent attraction che uniscono salari competitivi a percorsi di carriera, equity e remote working. Inoltre, la cooperazione con grandi imprese ha permesso accesso a reti di distribuzione e credibilità commerciale. Un caso significativo è quello delle proptech italiane che, alleandosi con istituti bancari o reti immobiliari, hanno moltiplicato il raggio d’azione sul territorio.

Metriche e segnali: quali numeri osservare quando si valuta una startup? Tra gli indicatori più rilevanti figurano il churn rate, LTV/CAC, margine lordo e run‑rate di fatturato. Una scale‑up sostenibile dimostra scala nei ricavi ricorrenti e una traiettoria di riduzione del CAC (costo di acquisizione cliente). Sul fronte degli investimenti, la tendenza recente mostra che i round seed possono essere più piccoli ma più frequenti, mentre per la fase di scala servono round di serie A/B con capitali maggiori e investitori istituzionali pronti a sostenere espansioni cross‑border.

Implicazioni future

Perché queste lezioni contano per il sistema Italia? Primo, perché la trasformazione di startup in scale‑up genera occupazione qualificata e catene del valore di alto contenuto tecnologico. Secondo, perché scale‑up resilienti attirano capitale estero e rafforzano l’attrattività del Paese come hub per l’innovazione. Per raggiungere questo obiettivo servono politiche che facilitino l’accesso al capitale (incentivi fiscali per gli investimenti in VC), programmi di formazione tecnica e iniziative che promuovano la collaborazione tra università, centri di ricerca e industria.

Infine, il percorso non è lineare: normative settoriali, shocks macroeconomici e concorrenza globale restano fattori critici. Le startup italiane che ce la faranno probabilmente combineranno una proposta di valore chiara, solidi indicatori finanziari e alleanze strategiche con partner industriali e finanziari. Per gli investitori e i policymaker la priorità è creare un ecosistema che premi la sostenibilità del modello di business oltre la mera velocità di crescita.

Conclusione: le storie di successo non sono solo vittorie individuali ma segnali utili per l’intero sistema economico. Tradurre idee in imprese scalabili richiede disciplina commerciale, scelte finanziarie attente e un ecosistema che sappia supportare la transizione dalla sperimentazione alla maturità. Se questi elementi si consolidano, l’Italia può vantare non solo startup brillanti, ma vere e proprie scale‑up capaci di competere alla pari sui mercati globali.

PMI italiane al bivio: digitalizzazione ed energia green come leva per la crescita

Negli ultimi anni le piccole e medie imprese (PMI) italiane si sono trovate a operare in un contesto economico sempre più complesso: inflazione intermittente, pressioni sui costi energetici, e una competizione internazionale che richiede velocità e innovazione. Allo stesso tempo, le opportunità legate alla digitalizzazione e alla transizione energetica aprono scenari concreti di crescita. Questo articolo analizza come le PMI stiano affrontando il passaggio, con dati, esempi concreti e le implicazioni per l’economia italiana nei prossimi anni.

Il contesto: le PMI rappresentano la spina dorsale dell’economia italiana. Con oltre il 90% delle imprese e oltre il 60% dell’occupazione privata, le PMI incidono profondamente sulla crescita e sulla resilienza del paese. Tuttavia, la produttività media italiana rimane inferiore alla media UE; servono investimenti mirati per colmare questo gap. Secondo le stime recenti, meno del 40% delle PMI ha compiuto una trasformazione digitale significativa, mentre l’adozione di fonti rinnovabili nei processi produttivi è ancora frammentaria ma in rapida crescita dove incentivata.

Analisi: digitalizzazione come motore di efficienza. L’automazione dei processi, il cloud, l’Internet of Things e l’analisi dei dati stanno modificando i modelli produttivi: imprese che investono in ERP moderni, manutenzione predittiva e gestione digitale della supply chain riducono i tempi di fermo e migliorano la qualità. Esempi concreti emergono dal tessuto lombardo e veneto, dove alcune aziende manifatturiere hanno integrato sistemi di monitoraggio in tempo reale nelle linee di produzione, ottenendo riduzioni dei costi operativi del 10-15% e incrementi di produttività del 5-8% nel primo anno.

Analisi: transizione energetica e riduzione della vulnerabilità. I rincari energetici degli ultimi anni hanno reso evidente la necessità di diversificare le fonti e migliorare l’efficienza. L’installazione di impianti fotovoltaici on-site, l’adozione di pompe di calore, sistemi di accumulo e la cogenerazione a bassa emissione sono leve adottate dalle PMI per contenere i costi. Un caso emblematico è quello di alcune imprese ceramiche dell’Emilia-Romagna che hanno ridotto la bolletta energetica del 20-25% integrando fotovoltaico e recupero termico, con tempi di rientro stimati in 5-7 anni grazie anche a incentivi e detrazioni.

Finanziamenti e ostacoli: non tutte le imprese riescono ad accedere ai capitali necessari. Barriere finanziarie, competenze digitali limitate e timore del cambiamento sono fattori che rallentano la diffusione. Le agevolazioni pubbliche, i piani di sviluppo regionale e i fondi europei hanno però creato strumenti utili: i voucher per la digitalizzazione, i bandi per l’efficienza energetica e i finanziamenti a tasso agevolato hanno facilitato numerose iniziative, sebbene la complessità burocratica resti un freno.

Esempi di trasformazione: startup tecnologiche e distretti storici collaborano sempre più spesso. In Toscana, reti di imprese tessili hanno adottato piattaforme digitali per il controllo qualità e la tracciabilità, rispondendo alle richieste dei buyer internazionali in materia di sostenibilità. Nelle Marche, aziende metalmeccaniche hanno implementato robot collaborativi per affiancare operai qualificati, mantenendo al contempo l’artigianalità di alto livello che contraddistingue il Made in Italy.

Implicazioni future: la convergenza tra digitale ed energia green può diventare un fattore di competitività durevole. Le PMI che investono oggi in tecnologie abilitanti e in efficientamento energetico non solo migliorano i margini, ma aumentano la resilienza alle oscillazioni dei mercati e alle future crisi energetiche. Sul piano macroeconomico, una diffusione più ampia di questi investimenti potrebbe innalzare la produttività nazionale, contribuire alla decarbonizzazione e sostenere la creazione di occupazione qualificata.

Raccomandazioni: per accelerare la trasformazione occorrono politiche che semplifichino l’accesso ai fondi, programmi formativi mirati per manager e operai, e partnership pubblico-private che favoriscano progetti pilota replicabili. Anche le banche e gli investitori dovrebbero sviluppare strumenti finanziari ad hoc, come leasing tecnologico e green bonds dedicati alle PMI.

Conclusione: le PMI italiane sono al bivio tra stagnazione e rilancio. La sfida è gestionale ed economica, ma le opportunità esistono e si possono tradurre in vantaggi concreti. Investire in digitalizzazione ed efficienza energetica non è più solo un tema di sostenibilità ambientale: è una strategia di competitività che può determinare il futuro dell’economia italiana nei prossimi anni.

La nuova mappa delle catene globali: come nearshoring e diversificazione stanno ridisegnando il commercio mondiale

Negli ultimi anni le interruzioni legate alla pandemia, i conflitti geopolitici e la pressione politica per maggiore sicurezza strategica hanno accelerato una trasformazione profonda nelle catene del valore mondiali. Le imprese e i governi non guardano più solo al costo del fattore lavoro: cercano resilienza, vicinanza ai mercati finali e minori rischi geopolitici. Questa tendenza — spesso sintetizzata con i termini nearshoring, reshoring e diversificazione delle forniture — sta ridefinendo il commercio internazionale e offre opportunità ma anche sfide particolari per paesi come l’Italia.

Contesto: perché il ripensamento avviene ora

Il ciclo di shock dal 2020 in poi ha messo in luce la vulnerabilità delle catene globali lunghe: chiusure di porti, blocchi produttivi e carenze di componenti — dai semiconduttori ai materiali critici — hanno generato perdite economiche e pressione politica. In parallelo, il clima geopolitico più teso tra grandi potenze ha reso politicamente sensibile la dipendenza da fornitori lontani. Infine, l’aumento dei costi logistici e del lavoro, insieme agli incentivi pubblici per riportare produzioni strategiche più vicino al mercato, ha reso economicamente ragionevole ripensare la geografia produttiva.

Analisi: tendenze, dati ed esempi concreti

Nearshoring e reshoring non significano semplicemente “ritorno a casa”. Si tratta di una riallocazione che privilegia paesi vicini o distretti con competenze complementari. Negli Stati Uniti, ad esempio, la vicinanza del Messico continua a rafforzarsi: molte industrie automobilistiche ed elettroniche stanno spostando fasi produttive dal Far East al Nord America per ridurre tempi di trasporto e rischio di interruzioni. In Europa, Paesi dell’Europa dell’Est (Polonia, Romania) e del bacino mediterraneo (Marocco, Tunisia, Turchia) attraggono investimenti per la combinazione di costi competitivi e prossimità logistica e culturale.

L’Italia si trova in posizione intermedia: da un lato beneficia della sua specializzazione in settori ad alto valore aggiunto (meccanica, moda, componentistica per auto, farmaceutica); dall’altro soffre di vincoli strutturali come capacità produttiva limitata in alcuni segmenti e ritardi negli investimenti digitali. Tuttavia, molte PMI italiane che producono componenti di nicchia stanno diventando partner essenziali nelle catene europee, offrendo qualità, flessibilità e innovazione. Questo spiega l’aumento degli ordini regionali e una certa resilienza delle esportazioni manifatturiere italiane rispetto a mercati più esposti alla competizione sui costi.

Un elemento chiave è la digitalizzazione della supply chain: strumenti di visibility, IoT e analytics consentono alle imprese di monitorare stock e rischi in tempo reale, rendendo più efficace la strategia di diversificazione. Inoltre, gli investimenti pubblici in incentivi e infrastrutture svolgono un ruolo determinante: strumenti di sostegno per la ristrutturazione produttiva, bandi per la produzione di beni strategici e incentivi fiscali possono accelerare il reshoring di attività cruciali.

Esempi pratici: aziende italiane e flussi regionali

Nel settore automotive, fornitori italiani di componentistica avanzata hanno beneficiato del trasferimento di ordini dall’Asia ai poli produttivi europei. Nel tessile, le aziende italiane hanno riscoperto fornitori in Albania e nord Africa per ridurre i lead time. Nel farmaceutico e nel medicale, policy europee per la sicurezza degli approvvigionamenti hanno spinto a riconsiderare la localizzazione di fasi produttive critiche proprio nel territorio UE.

Implicazioni future: opportunità e rischi

La riallocazione delle catene globali offre opportunità di rilancio industriale e occupazionale, ma richiede investimenti massicci in capitale umano, tecnologia e infrastrutture logistiche. Per l’Italia, le priorità saranno accelerare la transizione digitale delle PMI, investire in formazione specialistica e sfruttare la posizione geografica per attrarre investimenti nel Mediterraneo. Le politiche pubbliche dovranno bilanciare incentivi per la localizzazione con misure per rafforzare la competitività di costo dove possibile.

Tuttavia non va sottovalutato il rischio di costi più elevati per i consumatori finali e per industrie sensibili al prezzo se la riconfigurazione delle catene dovesse tradursi in una minore efficienza globale. Inoltre, la competizione geopolitica può intensificare pressioni tariffarie e normative che rischiano di frammentare il commercio mondiale anziché stabilizzarlo.

In sintesi, la nuova mappa delle catene globali è in costruzione: chi saprà combinare qualità produttiva, digitalizzazione e politiche industriali efficaci avrà maggiori possibilità di attrarre investimenti e rafforzare la propria posizione nelle filiere regionali. Per l’Italia, la sfida è trasformare la qualità e la specializzazione in leva per un riposizionamento sostenibile e resiliente nel commercio internazionale.

Industria italiana: i dati che confermano che si è rimessa in moto 

Dopo mesi complicati, nel 2025 il sistema industriale italiano ha smesso di perdere terreno e ha iniziato a dare piccoli segnali di ripresa. Il bilancio complessivo resta leggermente negativo, con una produzione media scesa dello 0,2%, ma il confronto con i due anni precedenti ridimensiona il pessimismo: tra il 2023 e il 2024 il calo era stato ben più pesante.

A ‘dare i numeri’ è il Centro Studi di Confindustria, che descrive la situazione come una lenta uscita dal tunnel, anche se ancora non c’è una vera inversione di rotta.

La ripresa resta fragile

Ma quali sono i settori più dinamici? Nel 2025 quelli in espansione sono diventati nove, mentre un anno prima erano appena quattro. Sei comparti sono riusciti a cambiare direzione tornando sopra lo zero, mentre solo uno è scivolato all’indietro.

Il dato, preso da solo, farebbe ben sperare. Il problema è che soltanto tre settori sono cresciuti sia nel 2024 sia nel 2025: troppo pochi per parlare di slancio diffuso. La buona notizia è che le differenze tra performance positive e negative si sono ristrette.

Chi soffre ancora

L’andamento positivo non riguarda tutti purtroppo. L’automotive continua a essere uno dei comparti più in difficoltà, con un calo superiore al 10%, frenato da prezzi alti, regole poco chiare e concorrenza estera sempre più forte.

Anche la filiera della moda resta in territorio negativo, penalizzata da esportazioni fiacche e consumatori prudenti. E poi c’è la chimica, che sorprende in senso opposto: invece di migliorare, peggiora. Qui il nodo è strutturale, tra alti costi energetici e trasformazioni industriali in atto in tutta Europa.

I segnali incoraggianti

Chi va bene sono in primis farmaceutica e metallurgia. I farmaci registrano una decisa crescita grazie alle vendite all’estero, con gli Stati Uniti a far da capofila. Anche la metallurgia è un compito vitale, sostenuto dall’export nonostante le barriere commerciali.

In questo scenario spicca la costanza dell’alimentare, che continua a crescere senza scossoni e conferma la sua fama di settore resistente alle crisi: quando l’economia rallenta, il cibo resta una certezza.

I fattori che ostacolano la crescita

Sono diversi i fattori che impattano sull’andamento dell’industria: caro energia, commercio internazionale più difficile e famiglie ancora caute nelle spese. Ma arrivano anche segnali più incoraggianti, come tassi d’interesse meno pesanti, credito tornato a muoversi e investimenti in macchinari che rimettono in circolo ordini e produzione.

Per il 2026 i dati ufficiali di Istat non sono ancora disponibili, ma le prime indicazioni suggeriscono un lieve miglioramento. Le previsioni parlano di una crescita moderata: niente sprint, piuttosto un ritorno graduale al segno più.

Intelligenza artificiale: minorenni impreparati e a rischio

In Italia il 9,5% dei bambini e gli adolescenti tra 9 e 16 anni non possiede competenze nel cambiare le impostazioni della privacy, il 9,2% non possiede competenze nello scegliere le migliori parole chiave per le ricerche, l’11,9% non possiede competenze nel rimuovere persone dalla lista dei contatti e il 18,9% non possiede competenze nel creare contenuti di musica o video.

Se usata con attenzione e ponderazione la tecnologia può essere di supporto ai bambini. Ma i dati divulgati in occasione del Safer Internet Day (10 febbraio) dall’UNICEF, che ha dedicato la giornata al tema “Smart tech, safe choises: exploring the safe and responsible use of AI”, mostrano che più di 1 studente su 5 di 10 anni in 26 Paesi su 32 non è in grado di distinguere se un sito web sia affidabile o meno.

Un divario percettivo

D’altronde, anche la percezione dell’AI tra i giovani evidenzia forti divari.
Secondo un sondaggio condotto attraverso la piattaforma digitale U-Report a livello internazionale su un campione di 61.400 partecipanti, il 18% ritiene di avere familiarità con i sistemi di AI, il 22% in maniera moderata, il 25% parzialmente e il 35% quasi per nulla.

Inoltre, su 57.670 partecipanti il 45% sente di avere le skill necessarie per lavorare con l’AI, il 20% ritiene di non averle e il 35% non si sente sicuro nell’usarle.

Allarme deepfake: l’infanzia manipolata

L’UNICEF ha recentemente lanciato un allarme sul rapido aumento del volume di immagini sessualizzate generate dall’AI, compresi casi in cui fotografie di bambini sono state manipolate e sessualizzate.
In uno studio condotto da UNICEF, ECPAT e INTERPOL in 11 Paesi, almeno 1,2 milioni di bambini hanno rivelato che nell’ultimo anno le loro immagini sono state manipolate in deepfake sessualmente espliciti.

In alcuni Paesi la percentuale arriva a rappresentare 1 bambino su 25, l’equivalente di un bambino in ogni classe scolastica. E in altri Paesi oggetto dello studio fino a due terzi dei bambini dichiarano di temere che l’AI possa essere utilizzata per creare false immagini o video a sfondo sessuale.

“Costruire ambienti digitali che tutelino i diritti dei bambini”

“In un mondo in cui l’AI è sempre più presente nella vita quotidiana di bambini e adolescenti, è fondamentale accompagnarli nello sviluppo di competenze digitali, spirito critico e consapevolezza – afferma Nicola Graziano, Presidente UNICEF Italia -. I dati dicono che troppi bambini faticano ancora a riconoscere fonti affidabili e a orientarsi online in modo sicuro. Per questo è necessario un impegno condiviso tra famiglie, scuole, istituzioni e aziende per costruire ambienti digitali che tutelino i diritti dei bambini e ne promuovano il benessere, oggi e in futuro, garantendo il loro ascolto e loro partecipazione”.

In questo, un’indicazione precisa è fornita dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. In particolare, il Commento generale n.25 del Comitato ONU dedicato ai diritti dei minorenni in relazione all’ambiente digitale.

Solidarietà: come si evolve in Italia?

Il mondo della solidarietà sta vivendo una trasformazione. Non si tratta solo di nuove piattaforme o canali più efficienti, ma di un cambiamento che tocca le motivazioni delle persone, il modo di donare e il ruolo stesso degli attori coinvolti.
Il Terzo Settore oggi si muove dentro un ecosistema più complesso, dove cittadini, organizzazioni e imprese dialogano secondo logiche nuove, meno verticali e più orientate all’impatto concreto.

A fotografare questo passaggio è l’Osservatorio sulle Donazioni di Eumetra, realizzato con Walden Lab e arrivato nel 2026 alla sua quinta edizione. I dati raccontano un settore che sta entrando in una fase di maturità, in cui trasparenza, partecipazione e misurazione dei risultati non sono più optional, ma necessità. 

I giovani sono il motore del cambiamento

Le nuove generazioni cambiano le regole del gioco. Il loro rapporto con il dono è meno rituale, meno legato all’abitudine o alla fedeltà a una singola organizzazione. Conta di più la coerenza tra valori dichiarati, azioni reali e risultati visibili. I giovani vogliono capire dove vanno le risorse, che effetto producono, e soprattutto vogliono sentirsi parte del processo.

Per il Terzo Settore questo significa uscire dalla logica della semplice raccolta fondi e investire nella relazione. Coinvolgere, ascoltare, costruire percorsi che generino senso di appartenenza e continuità diventa la vera sfida.

Il digitale come spazio di relazione

Il digitale non è più un supporto operativo, ma l’infrastruttura su cui si costruisce l’esperienza del dono. Dalla scoperta delle cause alla donazione, fino alla condivisione delle storie, tutto passa da ambienti digitali interconnessi. Semplicità, velocità e qualità dell’esperienza fanno la differenza.

Allo stesso tempo cresce il valore dei dati: leggere i comportamenti, capire le motivazioni, costruire relazioni personalizzate. Il digitale non sostituisce la dimensione umana, la amplifica, rendendo il legame più continuo e misurabile.

Intelligenza artificiale e fiducia

Accanto al digitale, l’Intelligenza Artificiale si sta affermando come una leva decisiva. Non solo per automatizzare processi, ma per migliorare la qualità delle informazioni, rendere più chiari gli impatti dei progetti e supportare scelte di dono più consapevoli.
In un contesto in cui la fiducia è centrale, l’AI può contribuire a nuovi standard di trasparenza e dialogo.

Il ruolo delle imprese

Anche le aziende stanno ripensando il proprio ruolo. Sempre meno sponsorizzazioni episodiche, sempre più modelli strutturati di creazione di valore sociale.

L’Osservatorio 2026 tornerà a coinvolgere il mondo corporate per coglierne l’evoluzione: strategie ESG più integrate, partnership più profonde con il Non Profit, maggiore attenzione alla misurazione dell’impatto.

Quitter’s Day, quando il giudizio pesa più della bilancia

C’è un giorno di gennaio, un giorno apparentemente qualunque, che pesa come un macigno. È quello in cui molti smettono di provarci. I buoni propositi si sfilacciano, la palestra resta un’idea e la bilancia torna a essere un nemico. Lo chiamano Quitter’s Day, il giorno di chi molla. Ma dietro quella rinuncia, spesso, non c’è pigrizia. C’è solitudine.

Lo racconta con chiarezza un’indagine europea condotta da Focal Data per conto di Novo Nordisk, che fotografa una realtà ancora difficile da accettare: in Italia l’88% delle persone ritiene che chi vive con obesità subisca stigma a causa del proprio peso. Un giudizio che si fa ancora più crudele proprio all’inizio dell’anno, quando la pressione sociale a “rimettersi in forma” diventa ancora più forte.

Il peso non è solo una questione di volontà

Uno dei dati che colpisce di più riguarda la percezione dell’obesità stessa. Il 31% degli italiani intervistati non sa che l’Organizzazione mondiale della sanità la riconosce come una malattia cronica. Un vuoto di informazione che alimenta un mito duro a morire: quello secondo cui basterebbe mangiare meno e muoversi di più.

La realtà, invece, è molto più complessa e intreccia fattori genetici, biologici, psicologici e sociali. Ridurre tutto a una questione di forza di volontà significa, di fatto, colpevolizzare.

La solitudine peggiora a gennaio

Per chi decide di iniziare un percorso di perdita di peso proprio a gennaio, l’ostacolo principale non è la dieta o l’attività fisica. È la mancanza di sostegno. Lo afferma il 53% delle persone con obesità coinvolte nell’indagine.

Un dato che racconta quanto sia fragile un percorso affrontato in solitaria, soprattutto in un contesto che giudica più di quanto accompagni.

Serve un cambio di prospettiva

Secondo Iris Zani, presidente della Federazione Italiana Associazioni Obesità, la cultura dei buoni propositi rischia di rafforzare una visione sbagliata del problema. Solo poco più della metà delle persone con obesità percepisce che la società riconosca questa condizione come una malattia e non come una scelta di vita. “C’è ancora molto lavoro da fare per scardinare lo stigma”, sottolinea.

Sulla stessa linea Eligio Linoci, vicepresidente FIAO, che invita a spostare l’attenzione dal numero sulla bilancia al benessere complessivo della persona e a costruire reti di supporto reali, capaci di trasformare il Quitter’s Day in un momento di impegno condiviso.

Una sfida che riguarda tutti

I numeri parlano chiaro. In Italia quasi il 47% degli adulti è in eccesso di peso e circa 5,8 milioni convivono con l’obesità, con ricadute importanti sulla salute, sulla qualità della vita e sui costi sociali.

In questo scenario si inseriscono iniziative come il portale Novo IO, lanciato da Novo Nordisk, che offre strumenti informativi e la possibilità di accedere a consulti con team medici multidisciplinari. Perché, forse, il vero buon proposito dovrebbe essere un altro: smettere di giudicare e iniziare a sostenere. 

PMI: anche il 2026 è dominato dall’incertezza per l’economia

A quanto emerge dall’indagine annuale condotta dal centro studi CNA, Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, è ancora l’incertezza a dominare le aspettative in economia da parte di artigiani e piccole imprese.

Tra guerra, tensioni geopolitiche e politica commerciale da parte delle principali potenze economiche, Stati Uniti e Cina, la grande incertezza degli imprenditori italiani è ancora alimentata dal contesto internazionale.
Il 53% degli imprenditori intervistati però non formula previsioni. Ma gli ottimisti (23,8%) anche se di poco superano i pessimisti (23,2%) e la percentuale sale tra gli imprenditori under 40.

Il 40% delle piccole imprese prevede una riduzione degli investimenti

In questo scenario quasi un imprenditore su 4 prevede una crescita dell’economia italiana, mentre il 23,2% si aspetta un andamento negativo.
E con riferimento alle previsioni sulla propria impresa il grado di incertezza aumenta a oltre il 58%.

Cresce la quota di coloro che prevedono risultati in peggioramento (26,1%) mentre soltanto il 15,5% si aspetta un miglioramento dei risultati aziendali.
Più in dettaglio, un’impresa su tre prevede una contrazione del fatturato, soprattutto nella componente esportazioni. Quasi il 40% prevede di ridurre gli investimenti, mentre soltanto un’impresa su sei ha in programma un aumento della spesa per investimenti in beni strumentali.

Migliora il sentiment nel Mezzogiorno

Per quanto riguarda l’occupazione quasi il 70% del campione prevede stabilità dell’organico, il 20% una riduzione, mentre il 10% indica un aumento dei propri dipendenti.
A livello settoriale, le previsioni negative caratterizzano soprattutto la manifattura, in larga parte alimentate dalle difficoltà dell’automotive e del tessile-abbigliamento. Nei servizi si equivalgono le indicazioni positive e negative (circa un’impresa su due) mentre nelle costruzioni prevale l’orientamento positivo, oltre il 30% del campione.

A livello geografico le imprese del Mezzogiorno mostrano un deciso miglioramento del sentiment rispetto allo scorso anno, sia in riferimento all’andamento complessivo dell’economia (35% del totale) sia alla propria impresa (26%)). Le previsioni negative si concentrano invece tra le imprese delle regioni centrali.

Si confermano costi energetici, concorrenza sleale, carenza di personale

La fotografia per classi anagrafiche degli imprenditori mostra un maggiore pessimismo all’aumentare dell’età.
In decisa controtendenza, invece, le aspettative degli imprenditori under40, di cui poco più del 30% prevede un trend positivo del ciclo economico, mentre quasi il 40% stima un 2026 con risultati aziendali in crescita.

“La nostra indagine indica che anche quest’anno prevale l’incertezza. – afferma il presidente CNA Dario Costantini -. Si confermano le principali criticità: costi dell’energia, concorrenza sleale e carenza di personale. Tuttavia, le imprese con aspettative positive superano quelle che prevedono un peggioramento dei risultati aziendali, grazie soprattutto agli imprenditori under40”.

Bollette luce e gas: quanto risparmieremo nel 2026? 200 euro

Nel 2026 la spesa complessiva dell’energia da parte delle famiglie italiane dovrebbe fermarsi a 2.236 euro rispetto ai 2.450 euro del 2025. Un calo pari al 9%.
Buone notizie, quindi, sul fronte del prezzo delle bollette. Secondo le stime di Facile.it, nel 2026 il prezzo dell’energia scenderà portando un beneficio che per una famiglia tipo con fornitura nel mercato libero a tariffa variabile, potrebbe arrivare a 212 euro in un anno tra luce e gas.

L’analisi di Facile.it è stata realizzata prendendo in considerazione le previsioni su PUN, l’indicatore del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, e PSV, il punto di riferimento per determinare il prezzo del gas naturale all’ingrosso in Italia, elaborate dall’European Energy Exchange e una tariffa a prezzo variabile indicizzata ai due indici + spread (0,0088 euro per la luce e 0,08 euro per il gas).

La diminuzione più importante riguarderà la fornitura di gas

Tenendo conto dei consumi di una famiglia tipo, pari a 2.700 kWh per l’elettricità e 1.400 smc per il gas, Facile.it ha calcolato che la diminuzione più importante riguarderà la bolletta del gas, che passerà dai 1.691 euro del 2025 ai 1.493 euro del 2026, per un calo del 12%.

La bolletta della luce, invece, scenderà a 743 euro, in calo solo del 2%.

Una buona notizia, ma solo per i clienti con un contratto di fornitura a prezzo indicizzato

“La riduzione attesa è senza dubbio una buona notizia per i consumatori, ma attenzione perché a godere in automatico del calo saranno solo i clienti con un contratto di fornitura a prezzo indicizzato, il quale si adeguerà automaticamente all’andamento degli indici PUN e PSV – spiegano gli esperti di Facile.it -. Il consiglio, soprattutto per chi ha una tariffa a prezzo bloccato, quindi, è di confrontare periodicamente la propria offerta con quelle di altri fornitori così da poter cogliere tempestivamente eventuali opportunità di risparmio che si dovessero presentare nei prossimi mesi”.

PUN – 4%, PSV -25%

Come detto, l’analisi di Facile.it è stata realizzata prendendo in considerazione l’andamento degli indici PSV e PUN nel 2025 e le previsioni elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) per i prossimi 12 mesi, a parità di consumi e altre condizioni economiche che gravano in bolletta.

Nello specifico, il PUN, secondo le previsioni calerà del 4% passando da un valore medio di 0,1158 euro / kWh a 0,1107 euro / kWh.
Più significativo è il calo del PSV, che diminuirà del 25% passando, in media, da 0,4119 euro / smc a 0,3087 euro / smc.

Natale in viaggio: dieci milioni di italiani pronti a muoversi

Quest’anno a Natale non saranno solo le città a illuminarsi: anche le strade, le stazioni e gli aeroporti torneranno a riempirsi di gente. Secondo un’indagine realizzata da EMG Different per Facile.it, saranno circa dieci milioni gli italiani che si concederanno una vacanza durante le feste.

Un piccolo esercito che, messo insieme, spenderà più di cinque miliardi di euro. La media individuale è di 440 euro, un balzo in avanti del 31% rispetto al 2024. Segno che la voglia di partire, nonostante i rincari, continua a resistere.

Chi parte e perché

Dai dati emerge un quadro piuttosto chiaro: a viaggiare saranno soprattutto i più giovani, in particolare nella fascia 18-24 anni, e molti residenti del Centro Italia. Insomma, la generazione che tende meno a rimandare, anche se i prezzi salgono.

La meta preferita resta l’Italia, scelta da otto viaggiatori su dieci. Ma cresce anche chi sceglie l’estero: il 22% degli intervistati varcherà il confine, quasi il doppio rispetto allo scorso anno.

Ci si sposta in auto, nonostante i rincari

Anche questa volta, l’auto rimane il mezzo di trasporto più usato. Sei italiani su dieci si metteranno alla guida, percorrendo in media un tragitto lungo abbastanza da farsi sentire nel portafoglio. Il carburante, nonostante un lieve calo della benzina rispetto al 2024, pesa: per un viaggio natalizio si stima una spesa compresa fra i 60 e i 74 euro.

Chi sceglie treni o aerei deve prepararsi a un portafoglio ancora più leggero. Consumerismo No Profit ricorda che, tra adeguamenti tariffari e domanda altissima, alcune tratte possono arrivare a costare il triplo.
E per chi deve pernottare fuori? Beh, nemmeno lì si scherza. Circa 7,3 milioni di italiani soggiorneranno in strutture a pagamento: dagli hotel ai bed and breakfast, passando per le case vacanza. In molte località, soprattutto montane o d’arte, si registrano prezzi che superano i 150 euro a notte in mezza pensione.

Il lato oscuro delle vacanze: le truffe

Dove circola molto denaro, purtroppo, circolano anche le truffe. Sempre secondo la ricerca, oltre 7,8 milioni di italiani nell’ultimo anno hanno rischiato o subito una frode legata alle vacanze. Alloggi inesistenti, auto a noleggio mai arrivate, biglietti fasulli, pacchetti “da sogno” rivelatisi tutt’altro.

Solo nel settore delle strutture ricettive, quattro milioni di persone hanno avuto problemi seri: c’è chi ha pagato per un appartamento fantasma, chi ha trovato una camera già occupata, chi ha scoperto troppo tardi di aver prenotato una catapecchia. Il danno medio si aggira intorno ai 507 euro, con un impatto complessivo superiore ai 380 milioni.

Il consiglio degli esperti

Gli esperti di Facile.it invitano alla prudenza: quando un’offerta sembra troppo conveniente, spesso lo è per un motivo. Meglio controllare, verificare e – soprattutto – non avere fretta. E se si cade nel tranello, denunciare: solo il 26% delle vittime lo fa davvero.